lunedì, maggio 15, 2006

Noticine ai documenti

Ho dimenticato qualcosa? Ah, si! 1- Alcuni documenti che si trovano in giro per bibliografie sulla nostra abbazia, sono attribuite erroneamente: vedasi per la Pancarta di Enrico V del 1118 e la bolla di Urbano IV del 1262. I motivi sono quasi filologici, e ve li risparmio, ma se qualcuno lo volesse sapere non ha che da chiedere. 2- Poi c è la questione della Santa Maria in Terentiano che nel 750 l l abbazia di Farfa acquista, e che Schuster riferisce per la nostra. Magari! Però non è proponibile, e anche per questa dissertazione noiosa, chieda solo chi se la vuole sciroppare.^^

Santa Maria del piano- i documenti XIV- XVII

L’abbazia viene ancora menzionata quasi un secolo dopo in due lettere papali del 1330 e 1333. In entrambe il Pontefice affida all’abate di Santa Maria del piano mansioni amministrative: me li dovrò studiare meglio prima di poterne dire di più (non c‘è ancora uno studio in merito…chi può, MI TROVI UNO SPONSOR PER PUBBLICARE, e se ne riparla^^) ma l’abate compare praticamente come sostituto del vescovo di Sabina. Dieci anni dopo, nel 1343, riecco la nostra abbazia descritta nella visita apostolica del vicario del vescovo in cui viene anche stilata una lista delle chiese da essa amministrate, per un’ampiezza di territorio che comprende tutta la valle allungandosi verso Poggio Moiano. Nel 1373 Gregorio IX invia una lettera all’abate di S. Lorenzo fuori le mura a Roma affinché punisca alcuni abusi che gli erano stati riferiti in alcuno monasteri, e indica una serie di luoghi di culto tra cui Santa Maria di Pozzaglia, concedendogli tre giorni di tempo per compiere la visita riformatrice. C’è da dire che nel corso del Trecento molti monasteri vanno in progressivo declino o vengono abbandonati a causa della congiuntura difficile, e non mancano i tentativi di riorganizzare le comunità monastiche dal di dentro, con accorpamenti o riforme. Declino che sembrerebbe confermato anche per noi dal fatto che nel 1406, e in varie altre date almeno fino al 1693, la somma che l’abbazia pagherà alla Santa Sede sarà di 33 fiorini e 1/3. Stabile, continuativa, ma forfettaria rispetto ai 1000 di Farfa e ai 1033 di Subiaco.  Forse però al declino economico del monastero non corrispose la diminuzione del potere nominale, perché nel 1427 il Vescovo di Sabina ancora mandava il suo vicario a far firmare al nostro abate una disputa da lui risolta con la chiesa di Mentana; questo come se effettivamente l’autorità del monastero arrivasse fin lì. La questione è ancora tutta da studiare e tutt’altro che uniforme. Messo in commenda nel 1447, il declino vero dell’attività del monastero si vede completo alla metà del 1500: e non è un caso che Canemorto si dota nell’arco solo in questo momento e in breve tempo della chiesa parrocchiale di S. Nicola, di S. Giacomo e di S. Maria dei raccomandati, questa completa di convento, a sostituirsi all’antica egemonia. Alla fine del 1600 una lista di monasteri della Sabina riferisce, per Canemorto, solo questa struttura, affidata ai padri conventuali.

La valle Muzia- morfologia

La valle Muzia è un modesto pianoro che si apre tra i comuni di Orvinio, Pozzaglia Sabino e Montorio in valle in provincia di Rieti, ad una quota che oscilla tra i 600 e i 700 metri s.l.m.: e, come dico spesso, ha la vocazione naturale del triangolo delle Bermude. In effetti da qualsiasi punto di vista la si guardi, è un territorio di transizione:  orograficamente, tra i monti Lucretili ad Ovest, il Cervia- Navegna a NE e i Carseolani a Sud; idrograficamente: tra i bacini di ricezione del Farfa a NW, il Licenza a SW, e il Turano ad Est, con spartiacque proprio su Orvinio; per non parlare poi dell’organizzazione geologica: i Lucretili fanno parte della scarpata sottomarina che precede il bacino pelagico umbro, mentre ad Est, al di là del Turano, inizia la piattaforma carbonatica laziale- abruzzese. I due domini paleo geografici vengono a contatto proprio in questa zona: la valle viene quindi a trovarsi esattamente sulla linea di passaggio tra il dominio di scarpata ad Ovest e quello di piattaforma ad Est, laddove il primo si muove sull’altro. Oltre alla logica conseguenza della sismicità, la valle assume quindi una singolare condizione idrogeologica, perché la posizione intermedia tra rocce a permeabilità secondaria, strati impermeabili e argille ha determinato da una parte l’abbondanza di sorgenti, e dall’altra condizionanti fenomeni di stagnazione e in qualche caso di impaludamento vero e proprio.

Santa Maria del piano, i documenti XI- XIII

Di cosa si parla quando si pensa ai dati documentari sicuri su Santa Maria del piano? Della donazione di Bosone del 1015, e dell’appartenenza a Farfa. Falsità. Il primo dato si riferisce ad una chiesa molto più a Nord, il secondo è stato dedotto arbitrariamente: ai fans di Bosone e della S. Maria ad illa plana ivi citata segnalo che l’attribuzione era già stata smentita da Leggio nell’89. E’ stato questo documento a far dedurre l’appartenenza a Farfa della nostra abbazia. In realtà Santa Maria del piano, già attiva e influente nel 1026 con tanto di monastero (chi parlava di posteriorità tra i due edifici non conosceva il documento cui mi riferisco), è in due casi citata come elemento confinante, non come proprietà: a tutti gli effetti, non c’è prova della sua dipendenza da Farfa. Nel 1062 le sue terre occupano più o meno l’area di Colle delle Salere, e anche successivamente si ha la sensazione che gli appezzamenti dell’abbazia sviluppino a S-E; e non deve essere un caso che il colle prospiciente la facciata, piantato a vite ancora nell’800, si chiami Monte Santa Maria. Ah, una nota che solo chi conosce i paesi odierni può apprezzare: nell’alto Medioevo il fosso di Santa Maria fungeva da confine tra due grandi proprietà; ma il confine sembra oscillare per un secolo tra questo e l’attuale fosso dei Prati. Chi ha in mente l’atavica rivalità tra Orvinio e Pozzaglia su “di chi sia” l’abbazia? La percezione della proprietà del complesso nei paesani è condizionata dalla straordinaria conservazione di una memoria collettiva che risale a 10 secoli fa. E non è un caso che gli attuali confini comunali passino proprio lì. Meraviglia.

Altra leggenda da confutare: il noto documento della controversia con il Vescovo di Sabina del 1217 non rivela l’ardita autorità dell’abate che si sottrae al potere centrale (chicca degli eruditi autarchici), in quanto nel XIII secolo laziale tutti i monasteri cercano di sottrarsi all’autorità di Roma sfruttando le lotte nobiliari, e il Papa fa di tutto per tenerseli stretti. Nella carta, con cui il Papa chiude una controversia tra abate e vescovo su “chi prende cosa” nella valle Muzia, la conferma dei limiti del primo verso il secondo è chiara. Semmai sarebbe interessante collegare l’indicazione a destinare una parte delle rendite alle necessità dell’abbazia con l’iscrizione del noto presbitero Bartolomeo datata 1219, due anni dopo. Altra nota interessante del documento: tra le parti in causa contro il vescovo, Canemorto è rappresentato da un nobile e non da un presbitero, ed è l’unico della valle; il dato si spiegherebbe se all’origine di Canemorto ci fosse stato non un abitato antico, come accade per gli altri, ma un castello privato (peraltro il più tardo della zona), che pur attirando abitanti nei secoli è rimasto satellite di Santa Maria del piano fino alla costruzione della prima chiesa parrocchiale del 1532. So di dare un dolore ai fans orviniesi, ma l’attuale egemonia sui paesi del circondario risale a non prima del regno d’Italia.

Santa Maria del piano storia degli studi dai '50 in poi

Nel Febbraio del 1953, in due riprese, la facciata della chiesa crolla su se stessa. (E’ una delle note retoriche di cui parlavo prima: se sventri una chiesa per inumare dei colerosi scavando sotto al pavimento per 40 anni, e poi dopo altri 40 decidi di trasferire le salme e lasci le fondamenta scoperte non PUOI lamentarti che la chiesa venga giù!). A seguito di tale evento, e per interessamento dello stesso Fabriani (che aveva conoscenze migliori delle mie), una importante campagna di restauro ripristina e consolida la chiesa e svuota e ricostruisce la torre campanaria. Le particolari tecniche impiegate producono articoli entusiasti sui giornali e una relazione dello stesso soprintendente, oltre alla famosa e stracitata relazione tecnica del Di Geso che aveva diretto i lavori; tanto completa che da quel momento in poi si penserà di aver conosciuto tutto ciò che si doveva sull’abbazia. Da qui, il silenzio. Alcuni articoli del decennio ’60- ‘70 riprendono a citare Fiocca, e la scelta della Soprintendenza (salto la retorica) di abbandonare una chiesa tutta rifatta, con la decorazione in bella vista, senza una qualsiasi destinazione d’uso, in mezzo ad una valle invisibile dai borghi circostanti, la fa diventare un supermercato per i ladri. Ne fanno scempio.

La ripresa degli studi coincide con la schedatura nel Monasticon Italiae (1981), con nuovi dati sui secoli XIV e XV; due anni dopo, un capitolo compare in un ottimo libro sulle chiese romaniche della sabina, il primo contributo nuovo ed autonomo rispetto al passato. Per il resto, si vedono in giro solo svogliate e ripetitive schede inserite in pubblicazioni di genere: ho visto un articolo della stessa autrice comparire in due pubblicazioni del 1983 e 85 perfettamente identico a se stesso. I lavori degli anni ’90 che hanno portato l’Ecole Francaise a pubblicare splendide cose su parte della valle, hanno ignorato l’abbazia: e gli ultimi articoli rientrati nel volume del convegno di Collalto del 2000, sempre dell’Ecole, l’hanno blandamente lambita.

 

Santa Maria del piano- storia degli studi fino ai '50

Il primo dato da ricordare dell’abbazia di Santa Maria del piano è che essa è stata soppressa ufficialmente solo nel 1809, e che fino alla seconda metà dello stesso secolo le erano state praticamente solo chiuse le porte. Questo è fondamentale non solo per considerazioni di tipo retorico (..perché chi sa dello scempio che se ne è fatto- tipo me- riempirebbe pagine di dettagli di cui molti avrebbero a vergognarsi), ma soprattutto perché brevi note di ricerca si trovano già in pubblicazioni storico- antiquarie dei secoli XVIII- XIX, di quei libelli che registrano note di antichità locali includendo indifferentemente documenti storici, convinzioni personali, descrizioni antiquarie e feste di piazza. In verità, l’unico dato storico che vi si trova fino agli inizi del XX secolo è la menzione della commenda; per il resto, gli autori si soffermano principalmente sulla tradizione della fondazione della chiesa per mano di Carlo Magno, arricchita man mano di particolari sempre diversi tanto da divenire nel tempo l’unica notizia degna di nota.

I primi studi più seri arrivano nel 1911 e nel 1918, con la prima analisi strutturale di Fiocca e la prima raccolta di fonti del beato Schuster. Laddove il primo fa riflessioni documentarie tutte personali- ma la sua analisi tecnica è ottima e le sue foto, le più antiche scattate al complesso ad appena 100 anni dall’abbandono, sono un salto nel tempo che fa venire i brividi; e laddove si comprende perché abbiano beatificato il secondo, che pur avendo raccolto la più ampia lista di  documenti relativi all’abbazia non è stato mai filato dagli autori successivi. Tranne isolati casi, infatti, la quasi totalità delle pubblicazioni continua a preferire le opere antiquarie dell’800, di certo più reperibili in ambito locale rispetto agli ambienti romani in cui quelle erano maturate: va citato però il caso di Fabriani, nel complesso l’opera erudita più accurata ed evoluta, che ha l’enorme valore di documento diretto sulle vicende più recenti dell’abbazia: in molti casi parla di eventi non registrati altrove, e che in alcuni casi spiegano l’origine di modifiche strutturali che altrimenti avrei ingannevolmente retrodatato. Sono onorata di avere una copia del suo dattiloscritto, e se passasse di qui un discendente, gli darei volentieri una copia della tesi. Segnalo poi l’inserimento di suggestivi disegni artistici sulla chiesa nel manuale d’arte di Tarchi del 1937.

La valle Muzia- viabilità

La valle era raggiungibile da Est dall’asse romano di collegamento Carsoli- Rieti, verosimilmente sullo stesso percorso dell’odierna Turanense. L’attribuzione di questa via alla romana Cecilia, nota dai documenti, è tuttora fonte di discussione: tuttavia, il passaggio di una strada romana lungo la valle del Turano è indubbio, oltre che per logica- Carsoli non era un bruscolo, ma la colonia mediana della Via Valeria e questo doveva avere il suo peso, come dice Radke- , in virtù di numerosi ritrovamenti lungo il cammino. Ad ogni modo, il tratto più prossimo a noi era ancora percorribile nell’856 d. C. Ad Ovest, la valle poteva godere della via, ricalcata dall’odierna Licinese, che collegava la Valeria alla Salaria lungo la valle del Licenza, Poggio Moiano e Monteleone sabino. Un percorso attivo già dal Neolitico, ricco di resti di ogni epoca, e di una incredibile bellezza paesaggistica. A questi due assi N- S va abbinato il tracciato meno noto, ma fondamentale per la comprensione della posizione strategica della valle Muzia, riproposto oggi più o meno dalla comunale Scandriglia- Orvinio e dalla provinciale Orvinio- Carsoli. La strada esiste già in una mappa di prima del 1580, e rappresenta un collegamento montano da Farfa al Turano rapido in quanto evita la Salaria. Tramite le possibili combinazioni di questi percorsi, dalla valle Muzia si riesce dunque con ogni evidenza a raggiungere luoghi tra loro molto lontani e altrimenti difficilmente raggiungibili. Un nodo di scambio, chiamiamolo così. Nota: la viabilità interna della valle non ha ancora un suo studio. Ho in mano solo le mie ricognizioni e un documento, troppo poco per parlarne. Per ora.^^

nota di edizione

Posto di seguito dei brevi, e spero non noiosi posts sulla sintesi di quanto so su abbazia e valle Muzia. Non metto riferimenti bibliografici per comodità, ma se qualcuno vuole qualcosa di specifico non deve far altro che chiedere. Perdonate qualche nota poco professionale qui e là, ma..è un blog, no?!^_^